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Tecniche miste per il deserto

"Ecco come bisognerebbe vedere, ecco come le cose sono veramente… Se si vedesse sempre in questo modo, non si vorrebbe mai fare niente altro. Solo guardare, essere il divinoNon-io del fiore, del libro, della sedia, della flanella" Aldous Huxley

C'è molta più arte tra la terra e il cielo di quanta oggi si è capaci di sognarne. Scriveva Pascal che "il vero viaggio non è cercare nuove terre ma avere occhi nuovi". Con questo spirito bisognerebbe guardare le opere di Nicola Salvatore perchè è così che affronta il suo viaggio, e con questo spirito ci chiede di viaggiare nelle sue opere.
Per Nicola Salvatore, il soggetto dell’opera è sempre legato ad una mitologia lontana ed enigmatica, e anche quando si accinge a mostrarci luoghi pittorici, che si crede di conoscere bene, riesce a rendere manifesta l’essenza intima dell’immagine, quello che fa di ogni immagine un mistero.
La produzione artistica di Nicola Salvatore è molto simile alla metafora di uno dei suoi soggetti: il mare. Un mare immerso totalmente in storie e leggende, il mare come collezione di luoghi impervi e nascosti, un mare, in parte, incontaminato. La visione del mondo di Nicola Salvatore è un ibrido in cui storia e leggenda si sono indissolubilmente intrecciate, utilizza la pittura per riprendere, per ‘riprendersi’. Una porzione di immaginario che la pittura porta sempre con sé, l’immaginario legato a ciò che non si vede, a ciò che si suppone, si immagina, si crede. Ha scritto William Burroughs: "Ciò che chiamiamo arte-pittura-scultura-danza-musica ha origini magiche: vale a dire era usata in origine per scopi magici, per produrre effetti molto precisi". E Nicola Salvatore pone lo spettatore di fronte a schermi di materia in cui le forme si ricongiungono alla loro simbologia originaria. Come immergersi nel fondo di un abisso. Giù, fino a frugare nelle spire dell'inconscio; là dove sono stati nascosti i corpi dell’immaginario. Frasi, parole, citazioni, frasi poetiche…Materia fluida per un gioco un pò pesante, un pò stordito. Un rapporto intimo quello tra la poesia e la pittura, un rapporto con il corpo della teoria e la pelle della pittura sempre in gioco. Perché la pittura coinvolge tutto il corpo. Tende i muscoli, eccita i nervi, scatena gli impulsi. Ferisce gli occhi. E dà scacco, definitivamente, alla ragione. Il mondo, nelle sue opere, si fa evanescente e il corpo si dissolve, quasi ritraendosi, come se la virtualizzazione funzionasse (come d'altronde promette di fare), per elusioni progressive.
Per Nicola Salvatore l’arte è un proliferante ed etereo, dignitoso ed evanescente, pianeta fatto di territori, di arcaismi, di fiabe, di miti, di sogni, di giochi. Nicola è un artista moderno, molto, un grande prestigiatore di immagini, un vorace miscelatore di storie… Crea situazioni artificiose che raccontano una singola emozione, un viaggio dove la mente dello spettatore subisce l'onda d’urto di una serie di stimolazioni che lo investono.
Simbolo dopo simbolo.
Come Barthes aveva previsto, in un’era come questa, ossessionata dalla comunicazione, dalla pluralità dei linguaggi, dal proliferare dei segni, dal viaggio piuttosto che dall'arrivo, il simbolo acquista un ruolo centrale perché è un ulteriore sofisticazione linguistica. Perché non denota direttamente l'oggetto, ma introduce un ulteriore passaggio nel processo cognitivo. Il Simbolo è una connotazione indiretta. Lo stesso Barthes parla di miti, di comunicazione fine a se stessa dove è l'immagine immediata a venire decodificata, non ciò che l'immagine riproduce, ma l’immagine per l’immagine.
Orizzonti che si sciolgono, sistemi che si impregnano di altri sistemi, insiemi che si fondono e si allargano, Nicola Salvatore sviluppa una sensibilità per le immagini di confine, immagini reali, e non, fiction, sottrazioni e sovrapposizioni, bellezza artificiosa e attrazione per le situazioni fluide. Orizzonti asettici, contorni netti, presenze minime ed essenziali. La ricerca dell'identificazione dell'umano in un essere ‘altro’ è la conseguenza della distruzione degli stereotipi di perfezione che erano già destabilizzati: l'angoscia, la paura, la bellezza, la poesia sono per Nicola un tentativo di decostruire la perfezione delle immagini che la società di massa produce e riproduce.
E’ evidente nelle opere di Nicola Salvatore una tendenza caparbia che rende affascinante la ricerca di un simbolo, la sua rappresentazione di identità individuale, la sua consapevolezza alla mancanza di confini fra realtà e fiction, fra virtuale e non, la mancanza di delimitazione degli spazi collettivi e individuali. Ma, questa mancanza di contesto, di spazio, questa sorta di visionaria definizione individuale, crea un potente urto del pensiero dentro il quale, e grazie al quale, è possibile erodere la prevedibilità della visione. Nelle opere di Nicola Salvatore la pittura esce da se stessa, è come se si liberasse da se stessa, distorcendo l'ordine dei suoi paradigmi, mixando i suoi concetti puri e creando in tal modo una serie di rappresentazioni polifoniche. Ogni monologismo visivo viene spostato su territori inesplorati dove la radicalità della sperimentazione si intreccia con l'innovazione linguistica: non solo delle immagini, ma anche di nuove formazioni concettuali. E così le opere di Nicola Salvatore divengono viaggi, viaggi lungo le forme possibili dell'essere, fino alla sua astrazione finale verso la disparizione… restano tracce, corpi di polvere e di luce che affiorano nel buio e che creano disordini anatomici e ibridi. Un viaggio dentro nuove dimensioni visuali che spostano la visione dal simbolo alla pluralità e polifonicità dei segni.
Visione “altra”, visione “oltre”, quella di Nicola Salvatore.
Visione e intuizione e previsione… e l’immaginazione diviene storia e trova le sue coordinate nelle storie del mondo:

Balene nel deserto (notizia pubblicata il 24 Marzo 2006) Nel 2005, Wadi El-Hitan (la valle delle balene) in Egitto, situata nell’area protetta di Wadi El Rayan, è stata designata dall’UNESCO Patrimonio Mondiale per il riconoscimento di scheletri di balene di 40 milioni d’anni fa che li sono state rinvenute.

Visione che fa coincidere il massimo di luminosità, paradossalmente, con il minimo di visibilità. O che rende il visibile netto e chiaro ma sempre precario, fuggevole, effimero. Nient’altro che questo. Un lampo istantaneo fra due abissi. Un guizzo dello sguardo.
Nicola Salvatore ci pone di fronte ad una dimensione del mutamento fuori scala, ingestibile e incompatibile con il nostro sogno di dominare i cambiamenti. Nei suoi lavori racconta questo salto di scala affiancando frammenti poetici a ritratti dell’intimità. Crea così schermi di materie impalpabili e sovrapposte che restituiscono una visione “iperfocale” che costringe continuamente l’osservatore ad avvicinarsi ed allontanarsi dall’ oggetto. Niente è mai veramente a ‘fuoco’, nelle sue opere, quello che ottiene è una impressione, l’umore del cambiamento di un certo paesaggio, mitologico, cosmico, animale.
Nicola Salvatore sembra voler svelare gli aspetti che rimangono nascosti sotto la superficie, indagare sotto la pelle della pittura. Così come della scultura. Forme primarie di cui insegue le metamorfosi possibili facendo agire forze contrastanti, concrezioni, svuotamenti, torsioni, attrazioni… fanno parte di uno stesso percorso che lo spinge in zone ignote dell’immaginazione. Un dialogo con le materie quello che Nicola Salvatore ha attivato, materie composte da forme, evocazioni, sensazioni, poesia. Materie con cui gioca e che penetra per raccontarne le microstorie nascoste nei luoghi di un racconto visivo fatto di meraviglia e bellezza, evoluzione e analisi, nella capacità di attivazione di quella tensione simbolica capace di non disperdere l’emozione.
Ma non senza conflitto.
Le sue opere spostano il discorso dallo spazio al tempo, la pittura, la scultura, il pensiero sull’arte, per Nicola Salvatore, deve essere intessuto dal corso dell’esistenza, una strana ibridazione tra successione ed eternità pongono le basi non per una piú raffinata immagine del mondo, ma per il superamento dello stato delle cose, per la capacità di penetrare il mondo dell’essere. Nicola Salvatore sembra procedere sulla base di uno schema a orizzonti concentrici, dove i significati si rilanciano nel gioco delle interpretazioni e si dilatano all’infinito nello spazio del pensiero, un andamento incompatibile con quello lineare delle logiche formali, la pittura e la scultura di Nicola producono problemi, l’opera deve essere la capacità di produrre dei mutamenti, anche in ciò che è sempre stato certo. Nicola sa che il tempo contemporaneo è senza forma né dimensione, quello contemporaneno è un mondo in cui non è piú possibile abitare né dimorare, ma solo viaggiare, e il viaggio non è piú possibile nello spazio ma solo nel tempo…E così, per Nicola, è la pittura che genera le immagini, un accrescimento organico che segue le regole di un’immaginazione che è lacerazione, traccia misteriosa, pulsioni, proiezione, Nicola sembra essere ossessionato dal tempo, le sue impronte sono memoria, evocazione temporale nel suo farsi: il colore sulla superficie, già dal suo porsi, non è più colore ma traccia del colore, memoria del colore, e Nicola nello stesso gesto condensa le diverse scansioni di un tempo che si rifiuta di separarsi in presente, passato e futuro. Il tempo di Nicola Salvatore è un tempo totale, «Il meglio – scrive Flaubert – per me è ciò che agonizza perché fa posto a un altro che viene», e nelle opere di Nicola Salvatore ciò che agonizza è anche ciò che viene, è un universo circolare dove la ripetizione è anche la differenza, lo scatto mentale, la ripetizione è lo scatto dell’immaginazione, l’universalità dell’attimo: «Nell’intera durata del tempo, grandi ondate di fondo sollevano le medesime collere, le medesime tristezze, le medesime prodezze, le medesime manie, attraverso le generazioni sovrapposte» (Marcel Proust). Nulla del mondo interviene sull’opera, l’opera non rinvia che a se stessa, nessuna realtà fuori da sé è tanto importante da modificare l’opera, l’arte è il luogo degli estremi riconciliati, il supporto, sia esso pittorico, scultoreo o ambientale, è per Nicola Salvatore il luogo di un accadimento a lungo sedimentato, e il gesto mette in scena tutta la tensione di un’esperienza muta, qualcosa di misto e di ibrido, qualcosa che fa apparire la logica come sdrucciolevole. Sono le ragioni della pittura quelle che “dipinge” Nicola Salvatore, sono le ragioni della scultura quelle che “scolpisce” Nicola Salvatore, le ragioni della sensazione, dell’esperienza, della memoria, che si affacciano nel tempo che l’opera determina, incontenibili nel linguaggio della razionalità, è il linguaggio dei segni indecisi tra il mondo della ragione e l’universo dell’irrazionale e dell'istinto. Ciò che caratterizza un’opera d’arte rispetto ad un’opera è proprio il varco che riesce ad aprire oltre l’indicibile della realtà presente, verso un’altra realtà, Nicola costruisce i suoi orizzonti attraverso le schegge di una visione che altrimenti creerebbe solo distanza, i frammenti restano frammenti, segni parziali, l’opera non può che essere l’insieme di frammenti che entrano in tensione amalgamandosi, segni che non vogliono svanire, presenze.
La formazione concettuale di Nicola Salvatore si percepisce nell’attenzione continua a nuove linee di ricerca, sperimenta ogni sorta di strumenti e di materiali, e integra nel proprio lavoro tutti i mezzi d’espressione praticati dalle esperienze contemporanee. La multiformità dell’arte visiva di Nicola Salvatore fornisce importanti stimoli al formarsi di una nuova visione del contatto culturale che tratta le specificità storiche e mitologiche non come dati intangibili, ma come risultato di costanti rinegoziazioni d’identità. Il rifiutarsi di circoscrivere la propria vitalità artistica nell’ambito dell’esigenza di mantenersi fedele ad uno “stile genuino”, spesso utile solo alle aspettative del sistema promozionale, fa delle opere di Nicola Salvatore un appuntamento fresco, mai logorato dalla certezza dell’affermazione del lavoro precedente.
Nelle opere di Nicola Salvatore gioca un elemento fondamentale: la luce. Egli cerca di dare un’autonomia alla luce rappresentandola non come riflesso sugli oggetti ma come autonoma entità atmosferica, e costruisce una visione che sembra attrarre lo spettatore per un messaggio suggerito in un orecchio. Una sorta di segreto svelato attraverso le sue emozioni. Le opere di Nicola sembrano raccolte in vari ordini di catalogazione, e risultano essere complementari ad una raccolta di sguardi e di sensazioni: dolcezza, rabbia, paura, felicità, tristezza, quiete, sorpresa, sono restituite allo spettatore con la stessa intensità di una ‘prima visione’, una sorta di conquista cognitiva molto antica, assolutamente individuale eppure universale, antiche come l’acqua, come l’aria, come il fuoco, come la terra. E sono proprio gli elementi primari, in varie forme, i protagonisti delle opere di Nicola.
Scrive Aristotele che per Talete «la terra poggia sull’acqua», nel senso che l’acqua sta sotto, sostiene e sorregge la terra, secondo un’immagine simile a quella dell’isola che si erge dal mare. L’intuizione poetica che emerge dalle opere di Nicola Salvatore trasforma l’acqua come l’elemento che sta al fondo di tutto e che tutto abbraccia, ad uno struggente senso di perdita. Gli abissi dell’oceano e le grandi vastità marine hanno da sempre eccitato l’immaginazione degli uomini, soprattutto, o principalmente, proprio per la presenza dei cetacei. Plinio il Vecchio, nella sua Storia Naturale, ricorda i cetacei raccontandone particolari sorprendenti: “nel mare Indiano esistono molti e grandissimi animali, tra cui balene di quattro jugeri”. La misura è chiaramente esagerata, in quanto il più grande cetaceo vivente, la balenottera azzurra, raggiunge al massimo i 30-33 metri di lunghezza, circa un decimo delle dimensioni affermate da Plinio. Altre notizie invece, come la respirazione polmonare dei cetacei, sono più verosimili, anche se con particolari anatomici topograficamente poco corretti: “le balene hanno la bocca nella fronte, e nuotando alla superficie delle acque mandano verso l’alto come una grandissima pioggia. Né le balene, né i delfini hanno branchie, ma alitano per due canali che vanno al polmone: le balene dalla fronte , i delfini dalla schiena”. Una simbiosi veramente fantastica è poi quella raccontata a proposito della balena e del “topo marino” o musculus marinus: “un’associazione amichevole è quella che esiste tra la balena e il musculus. Siccome la balena ha gli occhi ostruiti dalla massa pesante delle sue sopracciglia, il musculus le nuota davanti per avvertirla dei bassi fondali pericolosi per la sua corpulenza e le serve quasi da organo della vista”. Anche gli autori dei “Bestiari” medievali, come l’anonimo detto “Physiologus”, non restano immuni dall’emozione suscitata alla vista dei grandi e misteriosi mammiferi marini: “essa [la balena] è di proporzioni enormi, simile ad un’isola; ignorandolo, i naviganti legano ad essa le loro navi come in un’isola e vi piantano le ancore e gli arpioni; quindi vi accendono un fuoco sopra per cuocersi qualcosa; ma appena percepisce il calore, la balena si immerge negli abissi marini e vi trascina le navi e gli ignari marinai”. Attraverso la fisicità stessa dei materiali utilizzati, Nicola Salvatore, sembra voler aprire varchi nell'ordine delle immagini, varchi e crepe e crateri da cui fuoriesce una lingua emotiva ed empatica, immagini visionarie ed evocative che vogliono confrontarsi con la mitologia, perchè la mitologia sfida i limiti del proprio tempo. Attraverso il gioco, la meraviglia, la libertà dell’immaginazione Nicola Salvatore sembra voler ridare all’opera una forma di sacralità, oltrepassare l’aspetto formale per divenire un momento in cui si svelano dei ‘segreti’, in cui affiorano archetipi della cultura e della vita umana, secondo un’iconografia evocativa e simbolica. L’opera dunque come altrove rispetto all’impersonalità, neutralità e oggettività delle immagini della società dello spettacolo. Per Nicola Salvatore l’arte è una speranza per il mondo, da sempre non fa che mettersi in relazione con le proprie cose: il mare, le ombre, le impronte, l’amore, la vita, la morte, l’ambiente, il viaggio, il buio, la luce. A volte, nel ‘discorso vivo’ delle opere di Nicola, l’immagine sembra aver deposto ogni riferimento fisico-cosmologico per trasfigurarsi in simbolo, nel simbolo onirico, fantastico o poetico, in cui la psicanalisi o l’antropologia o l’estetica cercano di volta in volta di leggere i diversi significati dell’esistenza. Spesso nelle immagini di Nicola la forma è il prestesto di sensazioni più profonde, silenziose, oscure, che rinviano ad un universo sommerso. Bachelard scrive che «anche le immagini poetiche... hanno una materia» e che «nel regno dell’immaginazione è possibile stabilire una legge dei quattro elementi che classifichi le diverse immaginazioni materiali secondo che esse si riferiscano al fuoco, all’aria, all’acqua o alla terra (…) è così possibile distinguere i diversi tipi di immaginazione sotto il segno degli elementi materiali che hanno ispirato le filosofie tradizionali e le cosmologie antiche» . E non è un caso che Nicola Salvatore abbia scelto la luce, per raccogliere i pensieri, le sensazioni, gli incontri. Una serie di opere come metafora del flusso, un ritmo, delle permanenze: come una distesa di sabbia, come il tempo interiore, come visione e miraggio… Per Nicola Salvatore che il tempo fluisca, che la sua stessa vita fluisca, significa che tutte le sue parti non sono isolabili, non sono in un rapporto di esteriorità le une con le altre, da qui nasce l’intuizione estetica ed esistenziale di Nicola Salvatore, in cui l’attività della coscienza non può essere ridotta allo schema di una successione numerica di gesti. Nel tempo vissuto della coscienza, la successione è un flusso di elementi selezionati emotivamente che si fondono, che si compenetrano, e in cui la percezione tende a sfumare nel ricordo e il passato si mantiene nel presente. Attraverso un processo di condensazione degno di un sogno freudiano, l’immaginazione vitale e generosa di Nicola Salvatore ha incorporato gli aspetti principali di una vita che voleva alimentare il sogno. Le mitologie in cui ci immettono le opere di Nicola sembrano avere origine dal suo mondo poetico, e sembrano volersi caratterizzare come una forma di lotta per la sopravvivenza, sembrano voler trasformare la stessa esistenza in una sorta di liquida placenta attraverso la quale poter osservare, parlare, sentire… un pensiero, insieme, selvaggio e raffinato che tiene quasi la storia a distanza. Una sensibilità che sembra scaturire dalla roccia più antica dell'umanità. Un pensiero che occorre ‘pensare’ d'un colpo o non pensarlo per nulla. "Le antiche cosmogonie non organizzano pensieri, sono audacie della rêverie e per dar loro vita bisogna imparare nuovamente a sognare" ha scritto Gaston Bachelard.
Nel deserto le visioni si lasciano crescere come piante selvagge, il silenzio richiama l'ignoto. Il deserto è luogo di potere archetipo, di apprendimento e sfide. Una forma di esistenza dura e generosa che protegge un cuore più segreto, mistico, pacifico, in cui è possible cantare, danzare, in cui è possibile contemplare la bellezza che si riflette nella creazione di esseri ancestrali che vengono richiamati all’esistenza. Il primo sogno dell'uomo riflettente è stato proprio un sogno d'acqua. Una riflessione che fu anche un riflesso: il sogno che l'universo intero fosse fatto di una materia la cui esistenza non può essere afferrata e posseduta da nessuno dei nostri sensi. Da qui il riflesso, appunto, che l'universo fosse della stessa sostanza dei sogni.

Francesca Alfano Miglietti

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