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Balene ad Arte

Ricordo ancora con precisione l'emozione che mi colse all'apparire sui muri della mia città, Salerno, di enormi manifesti bianchi che rappresentavano scheletri di balene. Era il 1977, come assistente presso l'Istituto di Storia dell'Arte dell'Università cercai subito di capire a che cosa si riferissero quelle misteriose affissioni e chi ne fosse l'autore. L'impatto con quei grandi lenzuoii bianchi che riportavano in nero la struttura scheletrica del mitico mammifero acquatico era molto forte. Tuttavia L'assenza di didascalie, di firme e di nomi lasciava pensare in termini di comunicazione ad una possibile campagna pubblicitaria al suo inizio. Nel desiderio e nella curiosità di accertarmi delle ragioni e dell'autore, scoprii di lì a qualche ora che si trattava di un giovane artista che attraverso questo sofisticato stratagemma visivo comunicava al grande pubblico della città, la sua esistenza, la sua strategia, la sua arte. Il suo nome era Nicola Salvatore. Si trattava di una operazione concettuale? Si, in parte. Si trattava di una comunicazione di impegno ecologico? Troppo presto. In quegli anni (purtroppo) si era ancora lontani dalle problematiche ambientali che oggi (invece) impegnano organizzazioni e partiti. Si trattava soprattutto di una comunicazione sociale, che attraverso l'icona ridotta all'osso del grande cetaceo, dichiarava ad alta voce una propaganda per rendere presente lo statuto dell'artista nell'ambito della società dei consumi di massa e di una opera di confronto reale con i suoi livelli più sofisticati: la pubblicità e l'immagine. Da questo punto di vista l'operazione era perfetta. Il confronto meravigliosamente vincente. Almeno sul piano del visivo. Oggi a distanza di anni altri aspetti emergono come primari. Nicola Salvatore è oggi artista che ha attraversato molte prove, sia sul piano tecnico che sul piano concettuale, e le balene hanno ugualmente attraversato oceani e spot pubblicitari, salvataggi e cacce. L'artista si é misurato con la pittura, con la scultura, con l'oggetto d'uso quotidiano e con il suo archetipo, con mostre e partecipazioni che spesso lo hanno visto protagonista di un modello del fare arte che resta intramontabile: quello dell'artista che comunica la sua presenza attraverso la sua arte. Così le Balene, che da mitici animali di un territorio smisurato diventano le protagoniste del territorio dell'arte di Nicola Salvatore, si attestano nel ruolo di silenziose compagne di un percorso che l'artista ha voluto compiere "in solitaria", senza compagni e senza gruppi, in una singolarità del fare arte, dalla comunicazione, alla pittura sino alla scultura, che trascina dietro Giona e Moby Dick, Pinocchio e Green Peace, la rappresentazione e la presentazione, infine l'Oceano e il Lago di Como, come a dire "se il mio orizzonte si restringe al Lago non per questo esso non comunica con l'Oceano". C'è una immagine che mi sopravviene oggi alla vista di questo corpo ridotto alle ossa riproposto attraverso la scultura da Nicola Salvatore, quella dell'artista tedesco Joseph Beuys che nel suo unico viaggio in Islanda (nello stesso anno in cui Nicola Salvatore concepisce il suo progetto, il 1976) non perde l'occasione di farsi ritrarre (da Caroline Tisdall) nella "Whaling Station North di Reykjavik" mentre osserva, con tristezza melancolica, le carcasse degli enormi cetacei malamente arpionate dai pescatori. Si tratta dell'osservazione di un mito, della sua struttura ridotta alle ossa, del suo corpo metallizzato ed esibito, di questo Nicola Salvatore rende una storia, meno favolosa e letteraria, più crudele e reale, certamente infine comunica, l'urgenza del convivere e la necessità dell'arte e della creatività anche con (e per) le Balene.

Antonio D'Avossa

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