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1975-1979 Nero d'Ombra

Il lavoro di Salvatore oggi a Como è incomprensibile senza le premesse di quello svolto qualche anno fa a Salerno: della sua scelta immaginativa di allora, in rapporto all'articolazione immaginativa di oggi; anche nel campo specifico della grafica, dei modi secchi e immediati di allora, rispetto alla qualità di modulazione e quasi di sottile inganno che oggi mette in campo. Così, per presentare il suo lavoro grafico più recente, occorrono, credo, due note: una che riporti quanto ho scritto nel 1975 per un'altra sua cartella; l'altra proprio per il contenuto di questa nuova cartella, quattro anni dopo e «comasca». Questo non per sottolineare uno sradicamento in atto (come è capitato, I etalmente a molti « emigrati culturali » meridionali, proprio quando sembrava arridergli un successo nazionale o internazionale, che laggiù, nell'emarginazione anche « culturale » imposta dall'industria anche « culturale » del nord, sembrava impossibile). Anzi, proprio il contrario: per sottolineare una capacità di confermare delle radici proprie e diverse, e ai tempo stesso di saper entrare in una dialettica ambientale e culturale, relativa alla nuova collocazione geografico-sociale-cul-turale. Nicola Salvatore si interessa da qualche tempo ad un tema singolare, anche se avallabile in modo ben illustre (si pensi a Melville): la « balena ». Ricorre nella sua pittura, come nel trittico che era nella bistrattata Quadriennale dei giovani in questa primavera, e ricorre nella sua grafica, anche nelle incisioni raccolte in questa cartella. Ovviamente il tema è assunto in chiave ironica. La distanza dunque da « Moby Dik ». Adombrandovi anche quel tanto di moda archeologico, antropologico, palentologica che ricorre in operazioni recenti « post-arte-povera ». In realtà per Salvatore la « balena » è il mostro. Il mostro irrazionale capitato come qualcosa di profondamente eterogeneo in un orizzonte di ordine razionale, di controlli miniaturizzati, ecc. E' dunque la presenza dell'incomposto, dello smisurato, dell'altro, di un mondo altro antico, recuperato in chiave di ironia, e di magicità popolaresca, da baraccone. L'ironia è dunque in questa presenza abnorme, come è nel processo analitico, e persino di riduzione vagamente didattica al quale è sottoposto. E direi che proprio l'approdo ironico è il momento chiarificante di un approccio dapprima analitico, quasi parascientifico. Mentre ora l'incontro è dichiaratamente in chiave grottesca, esplode in una grafia larga, quasi dimostrativa, e che in effetti deve in certo modo imporre la presenza dell'immagine.
A suo modo poi il riferimento alla « balena », ai suoi dati anatomici, ai suoi resti, è un richiamo al tema del mare, che è un tema locale e non certo esotico per un artista campano. Dunque a suo modo Salvatore opera un raccordo con certe tematiche locali rivendicate che ricorrevano nella stessa giovane pittura napoletana fra la fine degli anni Cinquanta e l'inizio dei Sessanta. E tuttavia lo opera proprio in chiave ironica, con una sorta di disperazione da reinvenzione, anziché rinvenimento. Cioè, se alcuni giovani napoletani allora riscattavano aspetti del consumo iconico e oggettuale popolare, ora invece, Salvatore deve inventarsi il termine di quel riferimento: appunto lo inventa, non rinviene, come accade della sua « balena ». E l'ironia in certo modo si fa disperata proprio nell'invenzione stessa del proprio oggetto. Anzitutto sulla qualità tecnico-formale di queste nuove incisioni di Salvatore. Credo che non sia difficile rimanere colpiti da una maestria assolutamente fuori del comune di manipolazione di tecniche calcografiche. L'insieme assume nella grafica, ad evidenza, qualità pittoriche in genere, e più specificamente del disegno pittorico del pastello, quasi della tempera. In certo modo Salvatore usa l'incisione nella qualità del disegno pittorico, sfuggendo così il tranello del virtuosismo incisorio, del gioco dei cromatismi di tradizione hayteriana, per esempio. Due ragioni motivano, se non erro, questa scelta molto decisa. La prima è di operare nell'incisione, con tutte le qualità, e persino seduzioni pittoriche (quindi anche del disegno pittorico), evitando di cedere appunto a virtuosismi tecnici, che come tutti sanno il più delle volte priva l'incisione virtuosa di un'adeguatezza comunicativa, di un « quantum » di comunicazione che vada al di là della comunicazione relativa a tale virtuosismo (una sorta di tautologia materiologi-ca, nell'ambito della tecnica calcografica). La seconda è di mettere in moto una insinuazione ironica proprio relativamente al « medium » stesso delia comunicazione rappresentativa prescelta, e cioè l'incisione. Salvatore, certo ironicamente, usa infatti una sorta di « trompe l'oeil » di tecnica calcografica, facendoci sembrare pastello o litografia, per esempio, quello che invece è inciso; e così via. In questo senso sottilmente ci avverte del potere magico-mani-polatorio che l'operatore figurale, l'« artista », se non si attribuisce, certo comunque è capace difatto di praticare. E lo dichiara, in un inganno continuo delle nostre « conoscenze » (il « conoscitore») e della nostra capacità di conoscenza. Ma poi, naturalmente, sulla realtà iconologica di queste nuove incisioni di Salvatore. Ancora la balena, che si può inventare anche in riva a un grande lago, magari immaginativamente a metà fra il cetaceo e il mostro locale. Ma ecco i funghi, ecco i pappagalli. Se questi ultimi inducono in una sorta di estensione del « bestiario », finora monopolizzato dalla balena, gli altri non solo aprono un'ipotesi di sorta di « erbario », ma mi sembra assumano, non certo senza ulteriore insinuazione ironica, l'analitica (iconica e organolettica) dei reperti micologici, del loro prezioso (e insieme casareccio) consumo, insomma quasi individuando un « topos » emblematico relativo alla nuova situazione ambientale ove Salvatore si trova ad operare, non più in faccia al mare e alla costiera, ma di fronte ai boschi, ai muschi del sottobosco.
E in un certo modo, anche in questo caso, in questa nuova situazione, Salvatore va insomma a cercarsi un termine di riferimento, lo istituisce scegliendo fra i « topoi » più ricorrenti nel « privato » delle delizie della vita, dei discorsi quotidiani (almeno di certe stagioni), di una cultura piuttosto « terricola » e continentale.

Enrico Crispolti

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