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Nero d'ombra

Ancora una volta in primo piano nel lavoro di Nicola Salvatore è il rapporto tra cosa e immagine: colta, quest'ultima, nei suoi plurimi spessori: cioè, essenzialmente, nella sua autonomia e nei suoi nessi con i dati di partenza. L'immagine, insomma, non è la cosa; ma neppure è estranea ad essa, come la ormai obsoleta disputa sull'iconismo ci ha mostrato. E se negli anni scorsi il procedimento era soprattutto quello di recuperare in una sorta di classificazione asistematica reperti relativi ad oggetti, vegetali, animali, che si risolveva appunto in una narrazione diramata del loro essere, presentarsi e trasformarsi nell'immagine, ora l'accento è piuttosto sulla pittura come memoria, come luogo privilegiato dell'interferire del ricordo del prima con la presenza dell'oggi (e con la conseguente implicita apertura alle mutazioni del domani). Ecco quindi l'iniziale fissazione di un evento (qui sempre lo scontro tra uomo e toro, con un'ossessività che è tutt'altro che estranea ai senso profondo dell'operazione), che viene poi nascosta sotto uno strato di colore (bianco: e anche questa scelta non è senza significato, contrapponendosi al prorompere vivo della gamma cromatica dell'immagine di partenza, che è perciò duplicemente cancellata, nella forma e nel colore), e infine riscoperta, "per via di levare", con progressive e diverse attenuazioni del velo che l'aveva occultata (ma non rimossa, né tanto meno annullata).
Ne derivano risultati non definitori, ricchi di riferimenti, temporalmente articolati, che danno corpo alia fluidità dell'immaginazione - tra conoscenza e invenzione, realtà e illusione, evocazione e visione - e che come tali attivano nel riguardante una condizione di partecipazione emotiva.

Luciano Caramel













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